Nanoadditivi, ci possiamo fidare?

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Se è vero che nella botte piccola c’è il buon vino, sul nanoalimento, prodotto con ingredienti nanostrutturati , esiste ancora molta incertezza e preoccupazione da parte dei consumatori. Il biossido di titanio (TiO2, E171), per fare un esempio, è un additivo ben noto nel settore alimentare, utilizzato come colorante nelle glasse, nei derivati del latte e nei dolci, in particolare le caramelle e le gomme da masticare. La novità, che oggi fa notizia, è la sua forma nanometrica. Secondo uno studio guidato da Alex Weir dell’Università dell’Arizona (Titanium Dioxide Nanoparticles in Food and Personal Care Products) in alcuni prodotti provenienti dagli USA sarebbero presenti elevati livelli di E171 e gli autori – analizzandone un campione – hanno scoperto che il 36% delle particelle che componevano l’additivo alimentare erano in forma nanometrica.  Gli alimenti più ricchi sarebbero quelli più consumati dai bambini, come le gomme da masticare, le caramelle e alcuni dolciumi. Secondo una valutazione condotta dagli stessi autori, i bambini più piccoli statunitensi sarebbero i più esposti al biossido di titanio, con un consumo giornaliero pari a 1-2 mg di titanio per kg di peso corporeo. Il problema – sia chiaro – non è il biossido di titanio nella forma macro, sostanzialmente inerte e di scarsa tossicità, ma la sua forma nanometrica, della cui sicurezza ancora non si può essere certi. Grazie a nuovissimi processi tecnologici, la materia viene strutturata in nanoforma, ovvero in dimensioni dell’ordine del miliardesimo di metro. Ridurre materiali di impiego alimentare in dimensione nano conferisce loro nuove proprietà, emulsionanti, antiagglomeranti, antibatteriche che non si trovano o si trovano solo parzialmente nel composto quando è utilizzato in forma standard. Additivi e ingredienti in nanoforma servono a rendere le salse più fluide, il cioccolato più croccante, e le preparazioni in polvere meno grumose oppure a prolungare la conservazione degli alimenti. A questo proposito, un settore di primaria importanza è quello del packaging alimentare, dove numerose sono le applicazioni finalizzate a mantenere gli alimenti più freschi e più sani, idealmente senza migrazione delle nanoparticelle dal contenitore all’alimento. Ma dietro alle applicazioni utili e alle buone qualità, conferite dalle nuove caratteristiche fisico-chimiche della forma nano, si nasconde la preoccupazione dei consumatori verso qualcosa di ancora poco noto e non regolamentato. Di fatto al momento non esiste una legge che regoli la presenza nel piatto dei nanocomposti e nemmeno l’obbligo di informazione, tanto che per il momento i produttori non sono obbligati a indicare l’eventuale utilizzo di nanomateriali in etichetta. La questione sui possibili rischi diretti e indiretti per la salute nel breve e nel lungo termine, correlati all’uso e all’esposizione a nanomateriali, è cruciale ed ha spinto le istanze internazionali che valutano il rischio alimentare, come la FAO/WHO e l’EFSA, a confrontarsi per stabilire una comune linea di intervento. Sono sorte diverse iniziative nazionali e sovranazionali; a livello comunitario, la Commissione Europea ha recentemente (ottobre 2011) rivisto la definizione di nanomateriali e avviato tavoli di lavoro e progetti volti alla valutazione del rischio. Ne abbiamo parlato con Francesco Cubadda e Francesca Maranghi, del reparto di Tossicologia Alimentare e Veterinaria dell’istituto Superiore di Sanità.

La Commissione Europea ha recentemente rivisto la definizione di nanomateriali. Quali cambiamenti sono stati introdotti?

Rientra nella definizione di nanomateriale “qualunque materiale naturale, derivato o fabbricato contenente particelle allo stato libero, aggregato o agglomerato, e in cui per almeno il 50% delle particelle nella distribuzione dimensionale numerica, una o più dimensioni esterne siano comprese tra 1 nm e 100 nm”. La novità è il riferimento non solo allo stato libero delle nanoparticelle, ma anche agli aggregati e agglomerati. Rientra in questa definizione, quindi in tutte le procedure e regolamenti che verranno approvati, qualunque materiale, anche con un struttura di dimensioni particellari più grandi, che però contenga anche in una frazione minima (in certi casi anche solo l’1%) particelle di dimensioni nanometriche. Il Regolamento EU 1169/2011 ha invece per la prima volta contemplato l’impiego di nanomateriali ingegnerizzati in ambito alimentare, stabilendo la necessità che i consumatori siano informati. Questo regolamento stabilisce che dal 13 dicembre 2014 sarà obbligatorio indicare in etichetta la presenza di ingredienti nano per commercializzare un alimento nel mercato europeo; è la prima risposta concreta alle preoccupazioni dei consumatori.

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