India, mercato ancora tutto da sfruttare

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Grandi le potenzialità per le aziende italiane che vogliono esportare la loro tecnologia in un mercato in cui attualmente meno del 10% della produzione alimentare viene trasformata. Le importazioni di tecnologie agroalimentari crescono in modo sostenuto e costante, con particolare riguardo alle macchine per la trasformazione del latte, di frutta e verdura e per la lavorazione delle carni.

L’India rappresenta oggi un mercato dalle enormi potenzialità, per l’ampiezza dei margini di inserimento che offre, pur in presenza di importanti limiti, per lo più strutturali. Il ritmo di crescita di questa economia resta tra i più elevati al mondo, secondo solo alla Cina tra le economie emergenti. Tra i settori altamente strategici, che potrebbero interessare le imprese italiane, oltre alla meccanica e al comparto automobilistico, c’è quello delle tecnologie di trasformazione e della conservazione degli alimenti. Anche se il settore agricolo contribuisce per il 16% al PIL dell’India ed assorbe il 58% della forza lavoro, meno del 10% della produzione alimentare viene attualmente trasformata, mentre circa il 40% deperisce prima di giungere al consumatore finale per mancanza di infrastrutture che garantiscano una distribuzione efficiente, sistemi di immagazzinamento, tecniche di conservazione (fonte: “Il mercato indiano delle tecnologie agroalimentari”, realizzato dalla Indo-Italian Chamber of Commerce and Industry in collaborazione con Simest, il Ministero dello Sviluppo Economico e Assocamerestero, l’Associazione delle Camere di Commercio Italiane all’Estero).

Il settore della trasformazione alimentare
L’India è tra le prime 15 nazioni esportatrici di prodotti agricoli (le esportazioni sono cresciute a una media del 24% nel periodo 2007-12), il primo paese al mondo per numero di trattori immatricolati in un anno (600.000 unità), il primo produttore al mondo di latte, e possiede il maggior numero di capi di bestiame al mondo. E’ il secondo produttore mondiale di frutta e verdura e tra i primi cinque produttori per riso, tè, caffè, tabacco, spezie e zucchero. Entro il 2020, si stima che la produzione di cibo raggiungerà 276 milioni di tonnellate e il settore della trasformazione alimentare varrà 220 mld € entro il 2015. A favorire la crescita concorrono diversi fattori, fra cui la classe media con un reddito crescente, famiglie con un maggior numero di donne lavoratrici, gli stili di vita che tendono a quelli occidentali e la richiesta di cibi a più alto contenuto di servizio e biologici. Nonostante ciò, la produttività del settore resta ben al di sotto del suo potenziale. Secondo il dossier “Il mercato indiano delle tecnologie agroalimentari”, l’India trasforma solo il 10% dei prodotti alimentari: il 2,2% della produzione di frutta e verdura, il 26% dei prodotti ittici, il 6% del pollame, il 20% della carne di bufalo e il 35% della produzione di latte. Il settore è molto frammentato (solo il 18% è organizzato) e costituito da micro e piccole aziende. La struttura non organizzata del settore comporta una limitata disponibilità ad investire in tecnologie avanzate per l’efficienza produttiva ed energetica dei siti di trasformazione. La catena per la commercializzazione e la conservazione di prodotti finiti, lavorati e semilavorati è poco strutturata e inefficiente. Questo comporta perdite annuali pari a circa €10 miliardi di prodotto. Le cause principali sono la carenza infrastrutturale e l’arretratezza tecnologica, la supply chain inefficiente, i sistemi di immagazzinamento e attrezzature per la catena del freddo arretrati (se non inesistenti): oltre il 30% dei prodotti deperisce prima di arrivare al consumatore. I limiti agli investimenti esteri nel retail multimarca bloccano lo sviluppo della GDO nel Paese: l’utilizzo di tecniche di gestione standard (codici a barra, supply-chain, utilizzo della tecnologia) sono poco diffuse.

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