Sostenibilità e resilienza dei sistemi alimentari

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Il termine resilienza sta ormai entrando nel quotidiano di ciascuno e, pian piano, sta affiancando, e persino soppiantando, un altro termine famigliare, quello della sostenibilità. Quest’ultima, secondo gli studiosi che in diversi Paesi stanno spostando l’asse del pensiero verso la resilienza, rappresenta, ormai, un concetto tendenzialmente superato e, dopo aver resistito per oltre 40 anni, ciò è del tutto naturale. Non solo, ma nel corso dei decenni il concetto della sostenibilità si è espanso a tal punto che il rischio di doverlo ormai considerare privo di ogni logica è molto elevato. Andrew Zolli nel libro “Resilienza” cita l’esempio di una grande azienda che pubblicizza come sostenibili le proprie banane non sbucciate e singolarmente confezionate in un involucro di plastica allo scopo di preservarne la freschezza. Ma se la pratica di avvolgere un frutto in un packaging ricavato dal petrolio può essere ritenuto sostenibile, che cosa non lo è? L’esempio ben sottolinea l’ampiezza del concetto di sostenibilità, tanto che può essere applicato ad una casistica sempre più vasta di azioni. Poiché, tutte le idee e i comportamenti hanno un ciclo di vita, quello della sola sostenibilità volge ormai al termine. Nata, coerentemente con lo sviluppo della coscienza ecologista degli anni ‘60 e ‘70, con l’obiettivo di tendere ad un equilibrio immutabile fra le attività antropiche e l’ambiente, gli eventi (specie quelli più recenti) dimostrano che naturalmente un simile equilibrio non può esistere essendo il nostro Pianeta, per definizione, un sistema dinamico, in continua evoluzione. Il problema, dunque, è spostare l’obiettivo dal punto di equilibrio alla “capacità di un sistema a conservare la propria integrità e il proprio scopo fondamentale di fronte a una drastica modificazione delle circostanze” (A. Zolli). In altri termini, il concetto di sostenibilità espresso in questi decenni è giustamente volto alla mitigazione del rischio. In futuro, il verificarsi di cambiamenti irreversibili finirà, inevitabilmente, per spostare l’interesse verso una strategia di adattamento al rischio e, pertanto, verso una sempre maggior attenzione per la resilienza. Non è, e non sarà, certamente semplice far comprendere ai sostenitori della sostenibilità e agli ambientalisti più agguerriti il concetto di “adattamento”, come se ciò fosse né etico, né morale, ma un semplice espediente per assolvere i colpevoli, o presunti tali, dei cambiamenti in atto. Pertanto, a loro dire, meglio mitigare i rischi piuttosto che accettarli per poi adattarsi. In un sistema ideale il concetto è certamente corretto, ma in un sistema reale milioni di persone sono continuamente già colpite da eventi disastrosi e irreversibili, ed è a queste persone che occorre dare risposte certe e soluzioni concrete, pur se imperfette, in grado di garantirgli, eticamente, un futuro. (A. Zolli, Learning to bounce back). Questo è tanto più vero se messo in relazione allo scenario di un cambiamento climatico in atto che condiziona già oggi, ad esempio, le produzioni primarie di alimenti e, di conseguenza, le tecnologie necessarie alla loro trasformazione. In un simile contesto, dunque, il termine resilienza assume una valenza dominante in quanto esprime un concetto essenziale e imprescindibile a fronte di eventi non dominabili e, pertanto, risulta più utile della semplice sostenibilità. Le stesse Agenzie ONU che si occupano di problemi alimentari, nel definire le linee progettuali dello sviluppo post-2015 che hanno per obiettivo un “futuro a fame zero”, richiamano in modo chiaro e inequivocabile l’utilizzo di sistemi alimentari resilienti, non solo sostenibili.

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