Cibo e semaforo, idea scadente

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Come è noto, da oltre un anno nei supermarket del Regno Unito i prodotti alimentari sono etichettati “a semaforo”. In pratica, un bollino rosso, giallo e verde classifica il cibo in relazione al contenuto di zucchero, sale e grassi. L’iniziativa è stata ideata dal Dipartimento Inglese della Salute per combattere l’obesità e, pertanto, in linea puramente teorica potrebbe anche sembrare pienamente condivisibile. Purtroppo, però, l’applicazione irrazionale del criterio di valutazione degli alimenti, che avviene senza alcuna valutazione ponderata del medesimo contenuto dei componenti “incriminati” (zucchero, sale, grassi e grassi saturi, oltre al contenuto energetico), porta ad una attribuzione illogica al colore del bollino. Può succedere, ad esempio, che il parmigiano venga penalizzato più delle bibite gassate, discriminando così prodotti che non solo rappresentano eccellenze alimentari italiane, ma che sono parte integrante e fondamentale della dieta mediterranea, riconosciuta dall’Unesco patrimonio immateriale dell’umanità. Fortunatamente, grazie anche alla ferma posizione assunta in sede comunitaria dal nostro Paese, Bruxelles condivide la discriminazione che l’etichetta “a semaforo” comporta. Infatti, è evidente che questo modo di procedere scoraggia l’acquisto di determinati prodotti, con la conseguente penalizzazione delle aziende che li producono, distorcendo il regolare funzionamento del mercato interno del Regno Unito. Appare, pertanto, del tutto fuori luogo la pretesa inglese della semplice volontarietà dell’adesione all’iniziativa, la quale, secondo l’Amministrazione britannica, non ha l’obiettivo di colpevolizzare determinati alimenti, ma quello di contrastare l’obesità. Dal momento, però, che circa la metà dei consumatori seguono, di fatto, l’indicazione del bollino: rosso no, verde ok, la pratica, se proprio non colpevolizza taluni prodotti, quantomeno li danneggia sul piano commerciale, tanto che l’industria alimentare italiana stima un perdita economica che va ben oltre il mezzo milione. Non potrebbe essere diverso, visto che sostanzialmente tutte le nostre eccellenze risultano penalizzate: dal prosciutto ai biscotti, dalla pasta ripiena ai formaggi, dai dolci ai sughi. Dunque, guardiamo con fiducia e ottimismo alle iniziative che l’UE intende intraprendere, dopo che già nel gennaio scorso aveva sollevato dubbi e chiesto chiarimenti agli inglesi. Chiarimenti che non sono arrivati e, in ogni caso, non in misura esaustiva. Finalmente, all’inizio del mese scorso, la Commissione ha deciso di aprire la procedura nei confronti del Regno Unito, fissando in 2 mesi il tempo per ricevere risposte puntuali e convincenti. A dicembre seguirà la decisione finale, auspicabile per il nostro Paese e per i Paesi dell’area mediterranea, e che dovrà portare il Governo Inglese ad adeguare i propri comportamenti, in termine di etichettatura degli alimenti, alle disposizioni comunitarie In caso contrario risulterà inevitabile l’apertura di un contenzioso davanti alla corte di Giustizia. Anche se molto resta ancora da fare, e perfino da recriminare (vedi la concorrenza sleale dell’Italian sounding), almeno per questa volta le nostre eccellenze alimentari trovano giustizia persino in sede europea.

Dante Marco De Faveri

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