Additivi alimentari e salute

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Glass with splashing orange juice and oranges isolated with clipping path on white background
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E’ noto che, per ragioni tecnologiche, nella preparazione di molti prodotti alimentari l’impiego di additivi è necessario, per conferire al prodotto stesso le caratteristiche desiderate. Gli emulsionanti, ad esempio, sono tensioattivi che conferiscono stabilità termodinamica ai sistemi dispersi, riducendone la tensione superficiale. Studi recenti stanno, però, mettendo sempre più in evidenza la negatività degli additivi, specie quelli ottenuti per sintesi o che utilizzano, comunque, per la loro produzione, processi chimici. In particolare, in un recente studio apparso su Nature ed effettuato presso la Georgia State University dai ricercatori Benoit Chassaing e Andrew Gewirtz, emergerebbe che l’aumento di malattie infiammatorie intestinali e di sindrome metabolica potrebbe essere collegato all’uso, sempre più frequente, di additivi negli alimenti. Nella loro pubblicazione i due ricercatori americani, citano due prodotti molto utilizzati a livello industriale: la carbossimetilcellulosa (E466) e il polisorbato 80 (E433). Questi additivi sono stati somministrati per alcuni mesi a delle cavie che avrebbero manifestato l’alterazione del microbiota intestinale. In sintesi, in relazione ai risultati ottenuti, coerenti con la genetica umana, e al costante aumento di casi di malattia infiammatoria intestinale nell’ultimo secolo, i ricercatori non escludono che a favorirne la diffusione siano alcuni fattori ambientali e, in particolar modo, la dieta alimentare. Come è ben noto, gli additivi, prima della loro commercializzazione nel settore alimentare, vengono approvati dall’Unione Europea su parere dell’EFSA e/o dall’FDA Americana, organismi di consulenza per la sicurezza alimentare. Queste approvazioni avvengono sulla base di rigorosi test tossicologici eseguiti su cavie. In base ai risultati all’additivo viene assegnato il valore della dose giornaliera ammissibile (DGA), ovvero della quantità di una certa sostanza che, in base al peso del consumatore, può essere assunta giornalmente, anche per tutta la vita, senza rischi individuabili, ovviamente allo stato della conoscenza del momento in cui il prodotto è stato approvato. E’ proprio quest’ultima parte della definizione che fa capire quanto la questione sia complessa, di non facile e definitiva soluzione. Infatti, come è giusto che sia, lo stato della conoscenza è in continua evoluzione e, anche per questo, i ricercatori della Georgia State University mettono in discussione l’iter di approvazione degli additivi alimentari che, secondo il loro giudizio, è insufficiente a evidenziare un possibile ruolo nell’insorgenza di malattie a carattere infiammatorio. Il lavoro pubblicato da Nature, come è prevedibile, sta attirando l’attenzione degli addetti ai lavori nei due settori coinvolti, quello della salute, e quello alimentare. Nel primo, si osservano reazioni prudenti che tendono a mostrare interesse per lo studio, ma che, contemporaneamente, sottolineano la necessità di riscontri oggettivi sull’uomo. Nel secondo, si avverte la necessità di chiarezza, con un occhio attento alle innovazioni, in un settore, quello degli additivi, continuamente in evoluzione e che, in passato, ha dovuto in più occasioni abbandonare prodotti, anche di largo consumo, per sopravvenute conoscenze di pericolosità o, più semplicemente, per il principio di precauzione. Nel settore delle conoscenze, infatti, molto resta ancora da compiere e, nelle tecnologie alimentari, il settore degli additivi rappresenta quello più misterioso, dove la ricerca e l’innovazione possono ancora rappresentare la sfida per una alimentazione sempre più sicura.

Dante Marco De Faveri

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