Pietro Bonato, essere rapidi e credibili

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PietroBonato_AD-DG_CSQA Pietro Bonato, A.D. e Direttore generale di CSQA

L’industria alimentare è in costante evoluzione, coglie nuove opportunità, affronta nuove insidie, chiede ai tecnici di fare sempre di più con meno. Le certificazioni di prodotto e di sistema l’aiutano ad anticipare le richieste del mercato

Maria Zemira Nociti

Le certificazioni recano con sé la cultura del miglioramento continuo, ne conseguono: più efficienza, qualità, sicurezza, riduzione dell’impatto ambientale. La grande distribuzione internazionale le pone come barriere all’entrata per avere la certezza di acquistare prodotti e servizi allineati alle specifiche tecniche concordate. Ma una certificazione non è soltanto questo: induce le aziende ad identificare le proprie vulnerabilità, le invita a prevenire e correggere, apporta benefici economici riconducibili al miglioramento delle performance. Ne abbiamo parlato con il dottor Pietro Bonato, A.D. e Direttore generale di CSQA.

Cosa l’ha indotta a scegliere la laurea in Scienze agrarie? La passione per l’ambiente e l’alternativa a professioni più scontate, anche se il mio percorso lavorativo si è svolto in modo del tutto diverso da quanto immaginavo da ragazzo.

Come ha esordito nel mondo del lavoro? Dopo alcuni anni in azienda, ho avuto l’opportunità di lavorare per l’Istituto per la qualità e le tecnologie agroalimentari di Thiene. Questa istituzione era nata nel 1926 al servizio del comparto lattiero caseario ed aveva in seguito esteso le proprie competenze all’intero settore agroalimentare. L’idea di CSQA è maturata in questo ambito, nel 1990 da un’intuizione del dottor Luigi Bartoli che purtroppo è venuto a mancare lo scorso anno, del dott. Luigino Disegna, attuale presidente e mia.

Quale era il punto di forza della vostra intuizione? L’estendere al comparto agroalimentare, il concetto di assicurazione qualità, all’epoca applicato solo dai settori ad alta specializzazione tecnica (aerospaziale, nucleare, petrolchimico, militare). In sintesi: affiancare alle specifiche tecniche le specifiche organizzative, affermando un principio che, oggi può apparire banale, ma all’epoca era rivoluzionario: la qualità dei processi conta quanto quella dei prodotti e la vera qualità è il frutto dell’attività di tutte le funzioni aziendali.

Quale è stata la chiave del vostro successo? L’esserci inizialmente focalizzati sul solo settore agroalimentare ed aver fin dall’inizio impostato l’offerta di certificazione come servizio ad aziende e consumatori. E’ stato un percorso avvincente; tanto è vero che, a ventisei anni di distanza, ho ancora tanto entusiasmo e desiderio di cogliere nuove opportunità.

Avvincente e facile? Non sempre facile. I primi anni abbiamo soprattutto divulgato la cultura della qualità. Nel 1998, l’allora Ministero delle risorse agricole, alimentari e forestali ci abilitò al controllo del Grana Padano DOP; abbiamo poi ottenuto l’accreditamento per le certificazioni di sistema nel settore agroalimentare e rilasciato la prima certificazione di prodotto. Il primo cliente fu Oasi Ecologiche Plasmon. Dopo il 2000, abbiamo aggiunto gli standard BRC e IFS e ci siamo consolidati nella certificazione di prodotto. Oggi siamo primi in Italia per numero di aziende certificate GlobalGap (Good Agricultural Practice), certificazioni volontarie e regolamentate nel settore food, nonché ottavi al mondo per gli standard BRC/IFS. Siamo anche tra i soci fondatori di Valoritalia, leader in Italia nelle attività di controllo autorizzate dal Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali sui vini a denominazione d’origine, e siamo soci della Fondazione Qualivita che valorizza il settore agroalimentare di qualità.

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