Sintesi del grafene dagli oli di cottura

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Quando, un anno fa, l’Imperial College Of Science Technology And Medicine di Londra ha pubblicato gli esiti della sua ricerca sull’utilizzo del grafene per la filtrazione delle acque, i risultati apparivano promettenti. Dato che il grafene è un materiale di spessore atomico, spiegavano gli studiosi, potrebbe essere utilizzato per realizzare membrane che superino i limiti tecnici di quelle attualmente in commercio operando a livello nanometrico. I livelli di filtrazione sarebbero senza precedenti ma alcuni fattori ne ostacolano l’applicazione a livello industriale. In particolare, incidono alcuni problemi nelle fasi di processo e il costo del grafene che, raccontano gli esperti, viene prodotto in ambiente controllato con gas compressi esplosivi e lunghi tempi di lavorazione a temperature elevate. Una soluzione, però, sembra adesso arrivare dall’Australia dove un team del CSIRO (Commonwealth scientific and industrial research organisation) ha sviluppato un metodo per realizzare il grafene partendo da un precursore naturale. La nuova tecnologia, denominata “GraphAir” semplificherebbe l’intero processo permettendo di trasformare l’olio di soia in un film di grafene con caratteristiche paragonabili a quelle del materiale realizzato convenzionalmente. La metodologia prevede il riscaldamento dell’olio fino alla sua scomposizione in unità contenenti carbonio che vengono poi impiegate per la sintesi del grafene. La tecnologia, che non impiega gas compressi e richiede tempi di processo molto inferiori, è stata applicata con successo anche ad altri olii alimentari, compresi quelli recuperati dalle operazioni di cottura.

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