Marco Valerio Sarti, diversi in un mondo di uguali

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Marco Valerio Sarti

“Nuova impresa” è sinonimo di idee, innovazione, tecnologia, cultura, valori. A dispetto dell’emotività, la qualità non è altro che l’insieme delle proprietà e delle caratteristiche che conferiscono ad un alimento la capacità di soddisfare esigenze esplicite ed implicite del consumatore

A distanza di otto anni dalla sua prima intervista a Macchine Alimentari (maggio 2010) Marco Valerio Sarti racconta come è riuscito a realizzare il suo “sogno nel cassetto”. Lo scorso anno, con lo chef stellato Eros Picco, ha infatti dato vita al marchio collettivo IfoodQ. Nel 2010 il dottor Sarti, giovane e promettente laureato in Scienze e tecnologie alimentari, aveva intrapreso la strada più “difficile”, si era dedicato alla consulenza senza affrontare il tradizionale passaggio in azienda. Dopo il tirocinio ed una breve collaborazione con un noto studio molto attivo nel settore, si era messo in proprio. Oggi lo ritroviamo alla guida di una innovativa start up, rivolta ad aziende alimentari italiane, che producono nel nostro Paese uno o più prodotti a forte vocazione territoriale, rispettando uno stringente codice qualitativo che va ben oltre i requisiti di legge.

L’espressione “nuova impresa” che pensiero le suscita? Parafrasando Henry Ford direi che “un affare dove si guadagna soltanto del denaro non è un affare”. Sono convinto che dietro ogni nuova impresa di successo ci sia molto più del mero ritorno economico. Ci sono un’idea ed un impegno che riflettono e segnano le vite dei fondatori e che mettono in luce i pregi del Paese dove l’azienda è nata ed opera. Lavoro da diversi anni come consulente nel settore alimentare e l’esperienza fin qui maturata mi porta a dire che il valore di una specialità Made in Italy non risiede solo nella ricetta, nella scelta degli ingredienti, nelle tecniche di produzione. Il prodotto vale in quanto risultato di una cultura di impresa capace di trasferire, in tutto ciò che fa, lo stile che il fondatore ha trasmesso alla propria azienda. Concordo pienamente con chi sostiene che “le imprese sono come le famiglie: apparentemente sono tutte uguali, ma conoscendole meglio si scopre quanto siano diverse tra loro”.

La sua convinzione sull’imprinting dato dal fondatore riguarda anche le aziende alimentari nate dopo il 2008, durante la crisi economica? Si, perché in questi casi il fondatore ha dovuto costruire sul proprio saper fare e sull’impegnarsi ad assemblare un’ampia gamma di competenze. Solo così ha potuto tradurre le proprie idee in azione. Ogni nuova impresa è il frutto di una serie di fattori, apparentemente in conflitto tra loro ma tutti indispensabili. Mi riferisco per esempio alla creatività, allo spirito di iniziativa, alla capacità di anticipare gli eventi e di assumersi dei rischi. Elementi entusiasmanti da controbilanciare con una rigorosa pianificazione che porti a raggiungere gli obiettivi.

Come si pone il tecnologo alimentare che opera come consulente in questo nuovo contesto? Deve arricchire la propria offerta con servizi ad alta specializzazione. Non è più sufficiente sapere tutto di assicurazione qualità o sviluppo prodotti, è arrivato il momento di supportare l’imprenditore su temi come le strategie d’impresa, la pianificazione dell’espansione aziendale in ambito nazionale ed internazionale. Sono sempre più spesso coinvolto in progetti volti alla razionalizzazione di processi e costi, mi viene chiesto di affiancare il nuovo leader, qualora sia in corso un ricambio generazionale. Le attività che ho citato sono accomunate da un fattore importante: l’impresa vuole risposte precise e tempestive. L’imprenditore si aspetta che un tecnologo sia professionale, competente, flessibile, dinamico. Aggiungerei che deve avere i nervi saldi, perché è spesso chiamato a risolvere problemi complessi, fornendo soluzioni concrete e coerenti con la filosofia aziendale.

DA CONSULENTE AD IMPRENDITORE

Ora è un neo imprenditore, come è nata l’idea di IfoodQ? Mi è venuta cogliendo la forte esigenza di alcune piccole e medie aziende di “dare valore” alla propria produzione e di differenziarsi comunicandolo meglio. La crisi ha portato molte aziende a focalizzarsi sulla riduzione dei costi per prepararsi a sostenere, un altrettanto cospicuo, taglio di prezzi al consumo. Una strategia che, oltre a sacrificare la crescita a breve, ha messo in serio pericolo la possibilità di una crescita sostenibile nel tempo. In molti casi gli investimenti in marketing e comunicazione sono stati letteralmente azzerati. Abituato a lavorare nell’ambito delle certificazioni, ho pensato che potesse essere utile creare un Collective Mark da far valere non business to business, come avviene per la maggior parte delle attuali certificazioni, ma che comunicasse in modo semplice e diretto con consumatori italiani e non solo.

Dall’idea alla realizzazione del progetto quanto tempo è passato? Poco più di due anni, compresa la sperimentazione condotta su tre aziende pilota che hanno subito creduto nell’iniziativa.

Cosa è quindi IfoodQ? E’ una risorsa multi-sfaccettata a disposizione delle piccole e medie imprese alimentari italiane. E’ prima di tutto un marchio che consente, alle aziende alimentari ed alle attività di ristorazione in possesso di specifici requisiti di qualità, sanciti in un apposito Regolamento, di aderire ad una rete di imprese e di fruire di molteplici servizi di comunicazione, di marketing e di cooperazione. Il Regolamento prevede diversi criteri di valutazione che portano ad assegnare una o più coccarde di qualificazione. La coccarda T per il territorio, può essere assegnata solo a prodotti che hanno un forte legame con la propria terra per metodo di produzione, materie prime o tradizione; la coccarda O per l’organolettico, può essere assegnata solo ai prodotti che hanno un elevato riscontro di gradevolezza da parte dei consumatori; la coccarda P per i processi, può essere assegnata solo ai prodotti soggetti a certificazioni di qualità conformi a schemi predefiniti. Un’azienda che consegua le tre coccarde, raggiunge la denominazione TOP.

Che vantaggio ottiene l’azienda? Le sue asserzioni circa la connessione al territorio e la qualità di prodotti e processi escono dall’ambito dell’autoreferenzialità e sono garantite dal marchio. Il consumatore accede con facilità ai criteri di giudizio ed alle motivazioni dello stesso consultando direttamente il sito web di IfoodQ o scansionando il codice QR presente sulle confezioni e sul materiale pubblicitario che accompagna i prodotti nei punti vendita e in tutte le manifestazioni nazionali o internazionali cui l’azienda partecipa. Inoltre il sito di IfoodQ non è un sito vetrina, ma è una dettagliata fonte di contenuti e di informazioni tecniche, in costante aggiornamento che raccoglie, qualifica e promuove la qualità agro-alimentare italiana.

Le aziende ammesse all’uso del marchio possono usufruire di altri servizi? Il servizio che ha destato il maggior interesse è la produzione di tre video tecnico-informativi, in italiano ed in inglese, accessibili tramite il codice QR, che illustrano a consumatori ed a potenziali partner commerciali, le caratteristiche dell’azienda e della sua produzione con particolare riferimento a territorio, processi produttivi, peculiarità dei prodotti. Un’ altra possibilità molto apprezzata è la reiterata pubblicazione di post sui principali social network, dove IfoodQ è capillarmente presente. Scegliendo questo servizio, le aziende potranno verificare la soddisfazione degli utenti, chiedere la loro opinione, incrementare l’efficacia delle proprie campagne commerciali lanciare iniziative speciali, comunicare la partecipazione ad eventi, offrire servizi aggiuntivi. Sono opportunità utilissime per aziende medio piccole, prive delle risorse e delle competenze necessarie per comunicare in modo forte e incisivo e per accedere a nuovi mercati.

CIBO E SOCIAL UN RAPPORTO CONTROVERSO

I social sono diffusissimi tra i consumatori, ma il loro corretto utilizzo da parte delle piccole e medie aziende è tuttora minimo. Inoltre quando queste aziende li usano hanno difficoltà a raggiungere il proprio target. Durante la progettazione di IfoodQ ha valutato questo aspetto? E’ stata una delle mie priorità. Parlando con i titolari di queste realtà ho avuto l’impressione che siano spaesati di fronte alla possibilità di investire in social e campagne web. Sono frastornati dall’ampia possibilità di scelta: social, app, software, cloud. Sanno che gli investimenti in tecnologia e web dovrebbero essere una loro priorità ma temono di sbagliare tempi e modi. Sono inoltre molto scettici sull’effettivo ROI di queste iniziative. D’altra parte si rendono conto che il rimandare di anno in anno la decisione non fa altro che avvantaggiare la concorrenza. Ho pensato quindi a soluzione che consentisse loro di sperimentare il web senza rischi. IfoodQ garantisce una presenza costante, nuovi post a cadenze regolari, risposte rapide a critiche o a specifiche richieste formulate dai consumatori, riservatezza dei dati, accuratezza e verificabilità delle informazioni e soprattutto la possibilità di avere il proprio marchio letteralmente nelle mani dei clienti tramite smartphone.

Come evolverà il rapporto tra cibo social media? Mangiare è da sempre la più sociale delle attività umane. Le modalità del pasto sono cambiate nei secoli parallelamente alla evoluzione degli stili di vita. I social media sono entrati prepotentemente in tale evoluzione. Veicolano fenomeni aberranti che minano il rapporto uomo – cibo, mi riferisco per esempio ai siti che spingono le persone più fragili verso l’anoressia, o alle eating – rooms dove, dietro lauto compenso, individui affamatissimi ingurgitano spropositate quantità di cibo, incitati e sostenuti da spettatori che interagiscono i mangiatori seriali via web cam. Per sviluppare e mettere a punto IfoodQ ho effettuato approfondite ricerche su blog e forum che trattano l’argomento cibo. E’ interessante notare quanto possa essere diversificato il rapporto con il cibo, i blog salutistici lo valutano solo in termini di apporto energetico, nutrienti essenziali e potenziali rischi per la salute. I nuovi epicurei enfatizzano solo il piacere che arreca ai nostri sensi, parlano di ingredienti introvabili, si scambiano ricette, recensiscono e spesso criticano pesantemente prodotti e ristoranti. L’adesione ad una o all’altra di queste comunità racconta tantissimo sul carattere e sullo stile di vita di ciascuno di noi.

Durante queste sue ricerche è giunto ad altre conclusioni, poi utilizzate per la messa a punto del progetto IfoodQ? Ero un neofita digitale, ero quindi abituato a parlare genericamente di social media accomunandoli tutti. Mi sono trovato di fronte ad una rilevante quantità di strumenti e tecnologie che supportano conversazioni peer to peer e che si auto-alimentano con contenuti generati in prevalenza dagli utenti. Quando l’argomento di conversazione è il cibo gli aspetti salutistici passano in secondo piano rispetto ai modelli sociali e culturali. Le informazioni diffuse via social riflettono il significato che la società attribuisce ai singoli prodotti, determinando quale tipo di alimento o ingrediente è socialmente accettabile o socialmente inaccettabile, quale merita rispetto ed è pertanto degno di essere consumato in pubblico, quale è invece da considerarsi indegno ed è mangiabile solo di nascosto con grandi sensi di colpa. Questi concetti sono in costante evoluzione e la connessione sempre ed ovunque oltre ad essere una svolta epocale per la società, ha digitalizzato anche la cultura alimentare cambiando per sempre il nostro rapporto con il cibo. Il tanto discutere di cibo su media tradizionali (TV e giornali) e sul web è probabilmente il nuovo modo con cui persone, sempre più sole, esprimono l’innato desiderio di continuare a condividere i pasti, sia pur solo attraverso un post o un selfie.

LA CRESCITA 2018

Il suo socio, Eros Picco, è uno chef di fama internazionale… Il suo ruolo è importantissimo. Ha aderito all’iniziativa con entusiasmo. Durante le sue molteplici esperienze all’estero ha constatato il reale interesse per le eccellenze dell’enogastronomia italiana. Le aziende potranno quindi contare sulla sua competenza tecnica e la sua visione internazionale per promuovere le proprie specialità. Nel sito suggerisce, a chef e consumatori di altri Paesi, originali abbinamenti tra ingredienti locali e prodotti che le aziende affiliate ad IfoodQ intendono esportare.

Come si sente nei panni di neo imprenditore? Sono ancora nella fase “devo fare più cose di quante sia umanamente possibile fare in una giornata”. Ci stiamo man mano strutturando e nel frattempo ho organizzato la mia attività puntando alla massima produttività possibile. Approfitto delle ore serali per raccogliere le idee, rivedere offerte, programmi, budget ed altri documenti importanti. Cerco sempre di riservarmi del tempo per pianificare, dedico le mie energie alle vere priorità, tento di non farmi travolgere dalle urgenze. La mia scrivania non ha cassetti, tutto ciò che devo fare è ben visibile sul tavolo e su post-it attaccati all’agenda. Averli sempre davanti è un buon metodo per non dimenticare nulla ed uno sprone per lavorare con lena. Oggi il mio motto è “evitare di rimandare le cose”. Come dicevo ci stiamo strutturando, felici di poter dare un’opportunità di lavoro a uno o più giovani colleghi desiderosi di fare esperienza e condividere il nostro nuovo percorso.

Gli obiettivi 2018? Sarà un anno di sperimentazione e consolidamento. Non puntiamo ai grandi numeri o a repentini balzi in avanti. Abbiamo preferito ipotizzare una crescita più contenuta, ma stabile e continua.

 

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