Utilizzare materia prima non tracciabile, anche se unitamente ad altra tracciata, costituisce reato

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shutterstock_7711777La sentenza. La Suprema Corte conferma la pronuncia del Tribunale dei Riesame di Palermo secondo cui tale condotta fa “ritenere “pericoloso” (cioè potenzialmente foriero di rischi per la salute) il latte non tracciabile ed, ovviamente, il mischiarlo con quello – invece – “sicuro” ha fatto sì che sorgesse il pericolo che si introducesse nel latte impiegato nella preparazione dei prodotti caseari un fattore di rischio per la salute umana (…) con la conseguenza che può parlarsi di cattiva conservazione del latte”, dal che può sostenersi la sussistenza del “fumus dell’art. 5, lett. b), in esame, atteso che «si è acquistato latte da aziende non registrate e che non avevano le attrezzature ed i locali idonei a garantire la mungitura e la conservazione del prodotto secondo adeguati standard igienico-sanitari (…); si è “contaminato” il latte “sicuro” con quello “non tracciabile” e (per quanto fin qui esposto) “pericoloso””. Sostiene la Suprema Corte che la predetta contravvenzione costituisce un tipico reato di pericolo presunto, con anticipazione della soglia di punibilità in ragione della rilevanza del bene-interesse tutelato (la salute umana), tale da prescindere dall’effettivo accertamento di un danno all’oggetto medesimo: ciò significa che, al fine di ritenere sussistente il reato in parola, è sufficiente accertare la violazione sistematica (dolosa o colposa) delle disposizioni in tema di tracciabilità della materia prima, senza che si sia verificato alcun effettivo danno alla salute umana.

Il diritto. Con la sentenza n. 31035 del 9.6.2016, depositata il 20.7.2016, la Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione ha stabilito che integra il reato previsto dall’art. 5, lett. b), della Legge 30.4.1962, n. 283, l’impiego, nella preparazione di alimenti, di materia prima di provenienza “non tracciabile” unitamente ad altra “sicura”.

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