Etichettatura degli alimenti. Corso FAD accreditato

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La rivista Macchine Alimentari pubblica il corso di formazione a distanza (FAD): “Etichettatura degli alimenti: le sanzioni amministrative e gli aggiornamenti italiani per il regolamento (UE) 1169/2011″, a cura di Carlo e Corinna Correra,  Avvocati ed Esperti in Legislazione degli Alimenti.

Il Corso è accreditato per i Tecnologi Alimentari (7 CF) e per le professioni sanitarie (10 Crediti ECM).

Di seguito un estratto del  Dossier Formativo. Latte, grano, riso. I decreti italiani sull’origine. Campo di applicazione e sanzioni.

Una lettura critica del contenuto dei tre decreti legislativi emanati dal legislatore italiano

Tra le “incompiute” del Regolamento (UE) 1169/2011 – ovvero fra le disposizioni ancora oggi in attesa di norme di attuazione e di dettaglio – ai primi, se non proprio al primo posto, si colloca l’articolo 26, che disciplina l’obbligo di indicare «il Paese di origine o il luogo di provenienza» di un alimento, con particolare attenzione ai casi in cui tale località non coincide con quella del suo “ingrediente primario”.

In realtà, riassumendo brevemente l’ampio articolo 26 suddetto, l’obbligo di indicare il «il Paese di origine o il luogo di provenienza» dell’alimento scatta solo:
• se l’insieme delle indicazioni presenti sull’etichetta «possa indurre in errore il consumatore in merito al Paese di origine o al luogo di provenienza reali dell’alimento», in caso di omissione di tale indicazione;
• «per le carni» suine, ovine, caprine e di volatili indicate nell’allegato XI del regolamento.

Quanto poi al caso in cui non vi sia coincidenza tra «il Paese o il luogo di provenienza di un alimento» e la località di origine del suo «ingrediente primario», il paragrafo 3 dell’articolo 26 prescrive che:
• o venga espressamente indicato «anche il Paese di origine o il luogo di provenienza di tale ingrediente primario» oppure
• venga comunque precisato che il Paese di origine o il luogo di provenienza dell’ingrediente primario è «diverso da quello dell’alimento».

Sennonché, l’applicazione di queste disposizioni viene – dal paragrafo 3 suindicato – subordinata espressamente «all’adozione degli atti di esecuzione» previsti dal paragrafo 8 dello stesso articolo 26, atti di esecuzione che però, a tutt’oggi, non ci risultano emanati.
Peraltro, ricordiamo che la definizione di “ingrediente primario” è data dall’articolo 2 dello stesso regolamento (UE )1169/2011 nei seguenti termini:
«q) “ingrediente primario”: l’ingrediente o gli ingredienti di un alimento che rappresentano più del 50% di tale alimento o che sono associati abitualmente alla denominazione di tale alimento dal consumatore e per i quali nella maggior parte dei casi è richiesta un’indicazione quantitativa».

Una definizione che, come ognuno può agevolmente notare, nella sua seconda parte si incentra sulla nozione di «abitualmente» (con riferimento al collegamento mentale fatto dal consumatore medio), che per sua natura potrebbe, caso per caso, portare ad applicazioni non condivisibili della norma. Uno scenario comunque paralizzato dal ritardo, ormai abnorme, del legislatore UE per l’emanazione dei sopra ricordati ed indispensabili “atti di esecuzione”.

Ritardo cui il legislatore italiano (e per esso il Governo, ma non solo quello italiano: si veda, per esempio, in Francia le stesse iniziative per riportare in etichetta l’origine di carne e latte) – sotto la spinta delle categorie economiche più interessate (ricordiamo, ad esempio, la Coldiretti per il mondo agricolo italiano) – alla fine ha provveduto con l’emanazione di provvedimenti mirati per alcuni ingredienti specifici (grano duro, latte e riso) di cui ha ritenuto importante per il consumatore conoscerne l’origine.

Per il loro contenuto dettagliato si fa rinvio al testo dei provvedimenti ormai noti, mentre ci
sembrano doverosi alcuni approfondimenti critici riguardo ai loro contenuti.

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