L’uso della Posidonia oceanica per migliorare i materiali di imballaggio

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Attualmente si stanno concentrando grandi sforzi per lo sviluppo di polimeri a base biologica, noti anche come biopolimeri o bioplastiche, nell’ambito dei principi dell’economia circolare, cioè il modello di produzione e consumo sostenibile per il pianeta e basato sulle 3 “R”: Ridurre, Riusare e Riciclare.

Tra le bioplastiche attualmente disponibili, l’amido, ottenuto principalmente dal mais e dal riso, suscita molto interesse grazie alla sua elevata disponibilità, basso costo e buona lavorabilità. Purtroppo, l’amido presenta scarse proprietà meccaniche ed elevata igroscopicità; inoltre per produrlo si usano fonti alimentari e, con il crescente aumento della popolazione mondiale e la conseguente competizione tra foreste e terreni agricoli, si preferisce usare le fonti alimentari per l’alimentazione piuttosto che per altri scopi.

Allora la tendenza è quella di produrre biopolimeri sempre più competitivi. In quest’ambito, 2 strategie efficaci sono: i) lo sviluppo di materiali compositi a base di amido; ii) l’incorporazione di riempitivi (“fillers”) nell’amido.

La lignocellulosa è un buon candidato sia per lo sviluppo di materiali compositi sia come filler dell’amido. Questo biomateriale viene ottenuto principalmente dagli scarti delle attività agroindustriali, che forniscono materie prime a basso costo (cellulosa, lignina, emicellulosa, ecc.), ma è disponibile in grandi quantità anche nelle alghe e nelle piante acquatiche.

In particolare, una delle più abbondanti piante acquatiche del Mar Mediterraneo è la Posidonia oceanica. Durante il suo ciclo di vita, le foglie di Posidonia si staccano dagli steli e vengono trasportate verso le spiagge dalle correnti marine, formando dei depositi che ne compromettono la fruibilità. Inoltre, questi depositi devono essere raccolti e smaltiti in discarica, con notevoli costi.

Diversi studi sono stati quindi condotti per la valorizzazione dei residui di Posidonia. Finora la maggior parte degli studi si sono concentrati sull’estrazione della cellulosa da questi residui, con percentuali di conversione generalmente piuttosto basse, a causa della presenza di pareti cellulari inerti all’attacco da parte degli enzimi o delle sostanze chimiche.

Il presente è un estratto dell’articolo che uscirà sul numero di novembre della Rivista Macchine Alimentari, numero 8, sul tema del miglioramento delle proprietà barriera all’ossigeno delle plastiche per imballaggio alimentare. Per avere maggiori informazioni potete scrivere a redazione@macchinealimentari.it

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