Francesco Panella, apicoltura e biodiversità

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Allevare api e produrre miele non sono mestieri scontati, ma attività che inducono ad interrogarsi di continuo per cercare di capire ciò ancora non sappiamo del vivente. L’apicoltore è un testimone scomodo, soprattutto quando riesce a fare avvalorare dalla scienza le proprie osservazioni in merito all’impoverimento della biodiversità.

Francesco Pannella
Francesco Pannella

I media si sono ripetutamente occupati della scomparsa delle api, segnale d’allarme sull’impossibilità di mantenere inalterate la fertilità e la biodiversità degli ecosistemi. Ne abbiamo parlato con Francesco Panella, il più noto tra gli apicoltori italiani. Genovese, terminati gli studi classici, nel 1975 diventa agricoltore e dal 1980 è apicoltore professionista. E’ titolare dell’Azienda bio “Apiari degli Speziali”, ha più di mille alveari a gestione nomade su bancali, con camion dotato di gru, posizionati prevalentemente nei Colli del Gavi, sull’Appennino ligure-piemontese. Produce miele di acacia, millefiori, tiglio, girasole, castagno. Dal 1984 al 1994 ha presieduto Aapi (Associazione apicoltori professionisti italiani) di cui oggi è consigliere; dal 1996 è presidente del Unaapi (Unione nazionale associazioni apicoltori italiani) associazione nazionale di secondo livello, cui aderiscono le Associazioni apistiche territoriali di Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Lazio, Campania, Molise, Puglia, Sicilia e Sardegna, la stessa Aapi ed il Copait – Associazione per la produzione e valorizzazione della pappa reale fresca italiana. E’ inoltre membro del Gruppo miele del COPA COGECA (il Comitato che riunisce i Sindacati di agricoltori e le Organizzazioni delle cooperative della UE).

Come è diventato apicoltore?
Con una concreta formazione di campo. Nel 1975 ho avviato una piccola azienda agricola e mi sono avvicinato all’apicoltura. Fin da ragazzino avevo uno spiccato interesse per gli insetti dalla complessa vita sociale; un libro di Remy Chauvin mi aveva introdotto alla straordinaria socialità delle formiche. Nel 1979 ebbi la fortuna di lavorare per un periodo in un’azienda apistica professionale e da allora api e miele sono la mia attività principale. Per la parte teorica sono autodidatta, ho applicato e verificato sul campo ciò che apprendevo sui libri ma la gran parte delle mie capacità viene dall’esperienza, dallo scambio di informazioni e conoscenze con i colleghi.

In Italia non c’è una formazione di settore, specifica e riconosciuta?
No. In Francia c’è un percorso di formazione professionale agricola dedicata a futuri allevatori delle più diverse specie animali (bovini, ovini, suini o api). Frequentare questi corsi è un prerequisito per avviare un’azienda agricola, ottenere concessioni ed agevolazioni. In Italia i corsi base ed avanzati sono organizzati dalle associazioni degli apicoltori o sporadicamente anche da vari enti, ma non esiste un ciclo di studi e formazione adeguato e legalmente riconosciuto. Nei piani di studio degli Istituti agrari e delle facoltà di Agraria è previsto un esame di entomologia, impartisce nozioni generali e non prepara direttamente alla nostra professione. Le associazioni dei produttori fanno tantissimo, ma non hanno forza e mezzi per reggere un’attività formativa articolata, quindi per ricavare reddito dall’allevamento delle api vigono ancora “formazione e relative facciate in campo” con un congruo accumulo di esperienze.

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Vivere di apicoltura
Cosa consiglia a chi volesse vivere d’apicoltura o trarne un’integrazione di reddito?
Porsi in una prospettiva di lungo periodo, i primi veri risultati si ottengono dopo 5-10 anni e le delusioni sono tante. E’ un settore da avvicinare a piccoli passi, senza business plan: distrarrebbe dalle esperienze, l’unico, vero, grande capitale dell’impresa. Per contro avviare un’attività di apicoltura non richiede né grandi capitali, né investimenti in terreni. Oggi i terreni sono un lusso, hanno un valore immobiliare che prescinde dalla loro redditività; un ettaro della peggior terra arriva a costare anche 10 mila euro, ma… tal quale rende solo… le tasse annuali. In apicoltura è invece possibile circoscrivere e ripartire gli investimenti negli anni. Il laboratorio può essere ricavato in un ex fienile o capannone riadattato. Le vere barriere all’entrata sono tempo, esperienza, passione. Quando c’è passione non si smette. Gli apicoltori borbottano di continuo, si lamentano, ma raramente lasciano.

Cosa distingue l’apicoltura dagli altri tipi di allevamento?
La capacità di incrociare in modo creativo le opportunità e i limiti del contesto. Il modello di allevamento della vacca da latte è lo stesso da Amburgo a Capo Passero; le variabili sono i costi, il mercato e la tassazione. In apicoltura le variabili sono di tipo produttivo, d’indirizzo e derivano dal contesto; chi vive nell’area di Milano ha possibilità sia di produzione, sia di mercato assai diverse da chi vive in Sila. Si può decidere di allevare api e delegare trasformazione, confezionamento e vendita; si possono produrre api e miele o ci si può dedicare ad altri derivati apistici (polline, propoli, pappa reale).

Cosa le piace di più del suo lavoro?
Mi dà tantissime soddisfazioni. Ho una piccola azienda, non ho remore, anzi sono fiero d’affermare di aver copiato molto da altri. È invece del tutto originale il modo in cui ho assemblato queste competenze in funzione della conoscenza del mio territorio. Le api mi regalano ogni giorno il senso della mia limitatezza, ciò che ero convinto di sapere si è spesso rivelato parziale o errato. Le api hanno un cervello piccolissimo ma hanno un’articolata interazione sociale ed un’incredibile capacità di relazione con l’ambiente. Oggi comprendiamo una minima parte di questi complessi meccanismi.

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