MOCA: un approccio strategico per le aziende

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Valter Rocchelli.

Anni fa, le analisi richieste dalle normative erano l’unico modo per supportare le dichiarazioni di conformità dei MOCA. Oggi la valutazione critica dei risultati e l’utilizzo congiunto dei molti strumenti disponibili fanno la differenza anche in considerazione dell’articolo 3 del Regolamento 1935/2004/CE.

La validazione di un materiale di confezionamento destinato al contatto con gli alimenti è un processo complesso. È influenzato dalla natura del materiale, dal prodotto che conterrà, dal rapporto tra contenuto e contenitore, da considerazioni economiche e di sostenibilità ambientale. Ne abbiamo parlato con il Dottor Valter Rocchelli, Laureato in Chimica, direttore tecnico di SEPACK-LAB ed esperto a tutto tondo di analisi e valutazione del rischio nel settore dei MOCA.

Che tipo di formazione ha avuto?

Ho frequentato il Liceo scientifico a Voghera. Ottenuto il diploma mi sono iscritto alla facoltà di Chimica all’Università di Pavia.

Perché ha scelto questo corso di studi?

È stata una scelta quasi casuale. Sognavo di diventare pilota militare e, terminato il liceo, avevo fatto domanda per essere ammesso all’ Accademia Aeronautica. Non avendo superato le prove, ho deciso di iscrivermi all’ Università e per istinto ho scelto chimica.

Quale è stato l’argomento della sua tesi di laurea?

Credo di essere fra i pochi fortunati che hanno avuto una continuità al 100% fra la tesi di laurea e la carriera lavorativa. Il titolo della mia tesi era “metodi gascromatografici per la valutazione di imballaggi per alimenti”. Mi sono laureato nel 1976, il settore packaging era in crescita e l’industria alimentare si chiedeva se e come l’imballaggio potesse essere una fonte di contaminazione del contenuto.

Si affermava il concetto di sicurezza alimentare, si temevano migrazioni di composti chimici dai materiali di confezionamento all’alimento. In Italia, il legislatore aveva già varato precise norme per tutelare la salute dei consumatori e si sentiva la necessità di impostare controlli altrettanto rigorosi.

Come ha completato la sua formazione?

Dopo la laurea, ho trascorso 15 mesi nella Scuola militare alpina di Aosta dove ho vissuto la “naja” tra commilitoni e muli. È stata una grande esperienza di vita. Mi ha aiutato a conoscermi meglio, a capire cosa mi piaceva e cosa non mi piaceva, cosa trovavo difficile fare e quali erano i miei punti di forza.

Ho imparato ad affrontare i problemi e risolverli. Dopo il congedo sono stato assunto in S.I.V.A.- Gruppo ENCC (Ente Nazionale Cellulosa e Carta) dove ho lavorato per 15 anni occupandomi di analisi e ricerca sul packaging destinato al contatto con gli alimenti. Tessevo legami tra le prescrizioni di legge e gli aspetti analitici applicati a carte, cartoni, materie plastiche, cellulosa rigenerata, gomma, metalli.

UNA PRESTIGIOSA CARRIERA

Come è proseguita la sua carriera?

Quando nel 1993, S.I.V.A. è stata posta in liquidazione, ho continuato il mio percorso in un’azienda produttrice di inchiostri. Dirigevo il laboratorio di analisi conto terzi anch’esso focalizzato sui materiali e oggetti a contatto con gli alimenti. Ho acquisito importanti conoscenze sul tema inchiostri e adesivi destinati al food packaging.

Nel 2001 ho assunto la direzione di un altro laboratorio indipendente specializzato materiali plastici. I suoi principali clienti trattavano PET per l’industria delle bevande. Cinque anni più tardi ho fondato IRCPACK – società di consulenza specializzata nel settore materiali a contatto con gli alimenti. Coordinavo anche l’attività analitica di due laboratori convenzionati.

Quali temi la appassionavano di più?

Mi interessavano soprattutto tre argomenti. Il primo era la valutazione dei materiali di confezionamento in funzione dell’articolo 3 del Regolamento 1935/2004/ CE, con particolare riferimento a identificazione dei NIAS, possibilità di migrazione di componenti di inchiostri (set-off) e di adesivi.

Il secondo era il riciclo delle materie plastiche. C’era la necessità di impostare i primi challenge test a supporto dell’impiego dell’r-PET. Il terzo tema molto sentito erano le verifiche delle barriere funzionali nei film plastici e negli imballaggi rigidi in PET. Era il momento delle prime strutture A – B – A, dove B era uno strato costituito da scaglie di r – PET e A erano gli strati, interno ed esterno, di plastica vergine.

Quale è il suo attuale incarico?

Dal 2022 lavoro come consulente con incarichi di direttore tecnico e direttore commerciale di SEPACK-LAB, società fondata nel 2009 dalla dottoressa Mara Baronciani e dal sottoscritto ed ora parte del gruppo Life analytics. Il laboratorio di analisi è specializzato in materiali a contatto con gli alimenti e i nostri clienti sono produttori di materie prime, resine, inchiostri, adesivi, trasformatori di materie plastiche (flessibile e rigida), cartiere, cartotecniche, utilizzatori (industrie alimentari e grande distribuzione). Svolgiamo anche studi e ricerche: valutazione della conformità, risk assessment, problem solving, studi di off-flavors, valutazione della barriera funzionale, ricerca di microinquinanti.

LA VERA ESIGENZA DEL CLIENTE

Quali sono le principali richieste dei vostri clienti?

Chiedono supporto per dichiarare in modo inequivocabile che il loro packaging è sicuro e conforme alla normativa del mercato di destinazione. Nel nostro laboratorio valutiamo separatamente conformità e sicurezza. Un materiale a contatto con gli alimenti è conforme quando le analisi indicano valori inferiori ai limiti previsti della normativa specifica applicabile, ma è sicuro solo quando rispetta in modo oggettivo anche i requisiti dell’articolo 3 del Regolamento 1935/2004/CE.

Ciò significa passare da analisi “target” ad un risk assesment (screening) basato su valutazioni dettate dalla conoscenza ed esperienza congiunta degli esperti del laboratorio e delle aziende che contribuiscono alla filiera del materiale analizzato. Il dato analitico è accompagnato da una valutazione critica e da un suggerimento tecnico finalizzato.

Come operate?

Il presupposto è saper fare bene le analisi, ma è altrettanto importante, partendo dalla documentazione di filiera, suggerire al cliente il percorso analitico più consono evitando analisi costose e inutili. Il dato ottenuto deve essere interpretato. Se emergono delle criticità si può proseguire con la valutazione del rischio e con la sua gestione. Il nostro cliente ideale ci contatta spesso e ci pone domande “difficili” che ci invitano a studiare. È un cliente con il quale impostare un rapporto di collaborazione e che, nel tempo, impara a gestire in proprio alcuni problemi. Sono da sempre convinto che il tempo passato a formare i clienti sia quello speso meglio.

E per quanto riguarda la ricerca?

Da sempre SEPACK – LAB affianca alla proposta delle analisi di routine una parte sperimentale. Il lungo corridoio della sede è tappezzato con poster scientifici che schematizzano le nostre numerose ricerche e i relativi risultati. Lavoriamo su progetti commissionati da clienti e spesso anche su progetti autofinanziati dettati da puro desiderio di conoscenza. Per esempio, analizzando gli imballaggi in carta rilevavamo composti che pensavamo venissero dalle piante “fornitrici” della cellulosa di partenza.

Abbiamo analizzato venti cartoni neutri e identificato una miriade di composti naturali prodotti dalle cellule vegetali oltreché, per i cartoni in fibre di recupero, composti derivati dagli usi precedenti dei manufatti (oli minerali, ftalati, diisopropilnaftaleni e altro ancora). Molte altre ricerche hanno invece preso il via da una valutazione del rischio. Prendiamo per esempio un imballaggio in plastica risultato conforme a tutte le prove previste dal Regolamento n.10/2011/UE, ma che, cedendo all’alimento un NIAS di importanza tossicologica oppure conferendo al prodotto un gusto anomalo, non rispetti l’articolo 3 del Regolamento n.1935/2004/CE.

Per affrontare queste casistiche abbiamo nel tempo sviluppato tecniche di screening poi diventate norme UNI. Quando rileviamo un composto che non dovrebbe essere presente nel materiale analizzato valutiamo con il cliente la possibile origine. Se è attribuibile ad una materia prima coinvolgiamo il fornitore ed impostiamo un piano di azione, per esempio la ricerca di una alternativa meno pericolosa. Se invece si tratta di un NIAS, il piano di azione verte sulla identificazione del composto dal quale deriva e sulla fase di produzione in cui si forma.

State mettendo a punto anche nuove tecniche di analisi?

Stiamo sviluppando dei protocolli analitici per composti ad alto peso molecolare (superiore a 700). Sono tecniche che utilizzano strumenti particolarmente sofisticati come il cromatografo liquido accoppiato a uno spettrometro di massa Q-TOF. Al momento applichiamo questi metodi al poliestere di riciclo, per confermare la conformità al Regolamento n°1616/2022/UE relativo ai materiali e agli oggetti di materia plastica riciclata destinati a venire a contatto con gli alimenti.

SOVRAPPOSIZIONI NORMATIVE

Cosa fare in un contesto dove le aziende alimentari italiane sono sempre più interessate all’export e gli imballaggi sono oggetto di normative volte a incrementare la sostenibilità dei prodotti?

È una interazione che il legislatore dovrebbe affrontare a tutto tondo, evitando interventi dettati dalle “mode” del momento. A mio parere vi è, qualche volta, una eccessiva tendenza a seguire l’aspetto emozionale a scapito dei reali aspetti tecnologici e igienico sanitari che coinvolgono prodotti sensibili come gli alimenti.

È accaduto spesso che composti giudicati critici dalla normativa ambientale o alimentare siano stati messi al bando anche dalla normativa MOCA pur non comportando reali rischi per la sicurezza alimentare. Vi sono alcuni esempi significativi che riguardano composti addirittura utilizzati come additivi alimentari; uno di essi era utilizzato anche nella formulazione degli inchiostri perché favoriva l’ancoraggio alle poliolefine.

Ne è stato vietato l’uso negli alimenti e, per proprietà transitiva, è stato eliminato anche dagli inchiostri, senza valutarne l’effettivo rischio in questo ambito e rinunciando ad un componente tecnologicamente molto valido. I laboratori avrebbero tutto da guadagnare dall’ aumento del numero di analisi richieste, ma hanno anche il dovere di informare il cliente quando non esistono serie motivazioni per svolgerle.

Si pensi per esempio all’iconico caso ITX scatenato da alcune confezioni stampate con inchiostri UV.  La stampa flexo o roto a base solvente nulla aveva a che fare con questa sostanza, ma le aziende chiedevano comunque le analisi per poterne dimostrare l’assenza.

I siti web che trattano di benessere e salute insistono sulla pericolosità di BPA, PFAS e oli minerali accomunando i tre argomenti, è d’accordo?

Sono situazioni del tutto diverse. Il BPA (bisfenolo A) era impiegato per la produzione di policarbonato per recipienti per uso alimentare, nelle resine epossidiche che rivestono l’interno delle lattine per alimenti e bevande e in alcuni settori non food. È un interferente endocrino soggetto a misure restrittive UE.

Dal 2011 è vietato nella fabbricazione di oggetti destinati al contatto con alimenti per la prima infanzia (es.biberon di policarbonato). Una più recente valutazione EFSA ha indicato che l’esposizione alimentare al BPA può essere pericolosa per la salute ad ogni età. Siamo quindi in attesa di ulteriori restrizioni o divieti UE.

I PFAS?

Sono sostanze perfluoro alchiliche, costituite da catene fluorurate di atomi di carbonio di varia lunghezza, sono circa 5 mila composti utilizzati in beni di largo consumo e in applicazioni industriali per aumentare la resistenza alle alte temperature e l’impermeabilizzazione. Si trovano in tessuti, carta per uso alimentare, pentole antiaderenti, utensili da cucina, schiume antincendio, cosmetici, farmaci, vernici, pellicole fotografiche, pesticidi.

Si distinguono PFAS di vecchia generazione (PFOA, PFOS, PFHxS, PFNA), caratterizzati da molecole con più di sei atomi di carbonio. Sono idrosolubili, si accumulano nelle acque e sono ritenuti “inquinanti organici persistenti”. Il Regolamento n° 915/2023 UE ne stabilisce il tenore massimo negli alimenti, mentre la Convenzione di Stoccolma vieta da tempo l’uso di PFHxS, PFOA, e limita i PFOS. I PFAS di nuova generazione sembrano essere meno bioaccumulabili, ma sono comunque persistenti negli ecosistemi.

Il Decreto Legislativo n. 18/2023 “Requisiti minimi relativi ai valori di parametro utilizzati per valutare la qualità delle acque destinate al consumo umano” definisce i limiti normativi per la somma di PFAS (tradizionali e di nuova generazione). Il tema è stato sollevato a seguito della loro alta diffusione nell’ambiente ed è poi passato al settore alimentare, coinvolgendo anche i rivestimenti di teflon. Il materiale è normato dal Regolamento n. 10/2011/UE con limiti di migrazione specifica, ma si possono riscontrano anche come sostanze non intenzionalmente aggiunte. Anche il regolamento REACH riporta un elenco di composti fluorurati d’interesse tossicologico.

Gli oli minerali?

Il problema degli oli minerali è molto complesso. Riguarda soprattutto i cartoni fabbricati con fibre di recupero: la loro presenza è dovuta al fatto che gli oli minerali costituiscono la frazione solvente/plastificante degli inchiostri off-set utilizzati soprattutto per la stampa editoriale. Da decenni, non si utilizzano oli minerali nella formulazione degli inchiostri off-set per i materiali destinati al contatto con gli alimenti.

Chimicamente sono divisi in due categorie: MOSH (idrocarburi saturi, lineari o ramificati) e MOAH (idrocarburi aromatici costituiti da uno o più anelli benzenici con catene di idrocarburi). La valutazione tossicologica degli oli minerali è molto complessa perché le famiglie chimiche considerate (MOSH e MOAH) possono essere costituite da migliaia di composti. In un recente documento, EFSA ha richiesto limiti di migrazione, negli alimenti, solo a carico dei MOAH, alcuni dei quali cancerogeni.

Sui MOSH non si è pronunciata. I laboratori ricevono molte richieste per il controllo degli oli minerali, che non riguardano solo i cartoni di recupero ma anche altri materiali come i film plastici. Nel caso specifico delle poliolefine le analisi evidenziano la presenza di idrocarburi alifatici, che non sono oli minerali, ma gli oligomeri, definiti POSH, dei polimeri stessi.

Plastica riciclata usata a contatto con gli alimenti, quale piano analitico eseguire?

Questi materiali sono normati dal Regolamento n°1616 /2022 /UE. I contaminanti possono derivare da usi impropri dei contenitori da riciclare, contaminanti derivanti da prodotti chimici usati nel processo di riciclo, prodotti di degradazione del polimero o additivi che possono reagire dando origine a nuovi composti. Oggi il Regolamento n°1616 /2022 /UE considera consolidate le tecnologie di riciclo del PET. I processi applicati agli altri materiali sono in fase di validazione.

Questa ultima prevede l’esecuzione di challenge test dove marker aggiunti alle scaglie della plastica da riciclare e sostanze già presenti nelle scaglie stesse devono essere drasticamente ridotte dal processo utilizzato. Presso SEPACK-LAB ci siamo occupati, ancor prima delle regolamentazioni europee, di r-PET da utilizzare nel settore bevande. Il PET riciclato utilizzabile per la produzione di nuovi imballaggi destinati al contatto con gli alimenti, è ottenuto mediante riciclo chiuso. Il materiale riciclato è usato per produrre oggetti aventi lo stesso scopo per il quale era stato utilizzato in origine.

La fase più importante del processo è una efficace decontaminazione valutata mediante uno studio di “challenge test”. Il laboratorio esegue un protocollo che prevede l’inquinamento del materiale con opportuni composti marker, il controllo analitico della concentrazione degli stessi marker in entrata e all’uscita dal processo di decontaminazione. Si valuta così l’efficienza del processo.

Come accennavo una alternativa è l’utilizzo della plastica riciclata usata tal quale in strutture A-B-A, dove gli strati A, di polimero vergine, esercitano un effetto barriera nei confronti di eventuali contaminanti presenti nello strato B costituito da recupero. Ho lavorato a lungo su questo argomento trattando poliestere, polistirolo e poliolefine anche se quest’ultime, hanno minor effetto barriera rispetto ad altri materiali.

Quale è il progetto che più la entusiasma in questo momento?

Contribuire a formare bene i miei giovani collaboratori. Vorrei che fossero non solo in grado di fare bene le analisi ma che imparassero anche a contestualizzare i risultati ottenuti dandone una valutazione oggettiva e critica. Di fronte ad un dato anomalo non si può dire “mi è venuto così”. Se il dato è anomalo bisogna capire se nel processo di produzione o nelle materie prime usate dal cliente è cambiato qualche cosa.

Tutto questo implica che un laboratorio MOCA debba avere tecnici con una solida conoscenza delle tecniche analitiche, della normativa, dei materiali, dei processi di fabbricazione e trasformazione degli stessi, dei processi di confezionamento e, non ultimo, degli alimenti. Queste conoscenze non possono che essere acquisite nel tempo operando in maniera collaborativa con gli esperti del settore.