Plastiche biodegradabili, in Italia due tipologie per il confezionamento alimentare

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Secondo alcuni studi, il consumo di polimeri biodegradabili in Europa, seppure in crescita, è abbastanza limitato e si attesta intorno alle 30-35 mila tonnellate annue.

Osservando lo scenario europeo si può notare come il mercato dei biopolimeri sembra essere ben sviluppato in particolare nel Regno Unito, dove grosse catene di supermercati utilizzano questa tipologia di imballaggi soprattutto per prodotti biologici.

In Italia invece, è stata emanata una direttiva sugli imballaggi per shopper monouso che ha proibito l’impiego di plastiche non biodegradabili e compostabili per questa categoria merceologica, mentre già da tempo il rifiuto organico domestico deve essere conferito in sacchetti biodegradabili e compostabili di carta o di plastica.

Per tale motivo, nel nostro Paese si trovano sul mercato due tipi di plastiche biodegradabili, ottenute a partire dall’amido di mais, di patate o di grano. Uno è il Mater-Bi, costituito da amido allo stato naturale, opportunamente trattato e mischiato (in proporzione del 50-60%) con altri polimeri e additivi sintetici derivati essenzialmente dal petrolio, ma con legami chimici che rendono le molecole biodegradabili.

L’altro, sono dei polimeri dell’acido lattico (PLA), una molecola che si ottiene dalla fermentazione degli amidi. Con questi materiali vengono prodotti sacchetti, piatti e bicchieri usa-e-getta, pacchi per l’imballaggio alimentare, imballaggi per surgelati vista e considerata l’ottima resistenza e durata alle basse temperature.

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