Micro e nano plastiche, criticità alimentare

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    L’utilizzo massiccio di materie plastiche nella nostra quotidianità, compreso nel packaging per alimenti, sta provocando una nuova criticità ambientale e alimentare dovuta alle cosiddette microplastiche (particelle di dimensioni inferiori a 5 mm) e nanoplastiche (particelle microniche e submicroniche), tanto che la loro presenza rappresenta, oramai, un vero e proprio campanello d’allarme per la salute umana.

    Secondo le stime della Commissione Europea, la produzione mondiale di plastica supera i 300 milioni di tonnellate, metà delle quali entrano in manufatti “usa e getta” e oltre 8 milioni di tonnellate finisce nei mari e negli oceani, generando un serio problema ambientale.

    Uno studio condotto da ricercatori dell’Università di Pisa stima che nei fiumi e sulle spiagge del nostro Paese alberghino oltre 2000 tonnellate di micro e nano particelle plastiche, delle quali il 70-80% proveniente dalla degradazione parziale delle plastiche di partenza e la restante quota centesimale proveniente dall’introduzione volontaria di microsfere in molti prodotti di uso comune.

    Il nodo del problema, che diversi studi hanno sottolineato, è che queste particelle possono essere ingerite da invertebrati e piccoli pesci e, quindi, entrate nella catena alimentare. I dati di uno studio EFSA evidenziano nello stomaco e nell’intestino dei pesci, parti normalmente eliminate dal consumo, elevate concentrazioni di micro e nano plastiche che, in questo caso, non impattano però sui consumatori.

    Diverso è il caso di dei molluschi bivalvi e dei crostacei dei quali il tratto digestivo viene consumato e, quindi, si determina una esposizione per il consumatore. Inoltre, la presenza di queste particelle è ormai assodata in molti alimenti, quali l’acqua potabile, la birra, il miele e il sale da cucina.

    Non è questa la sede per esprimere giudizi sulla nocività, o meno, di micro e nano plastiche, non solo per incompetenza di chi scrive, ma anche, e soprattutto, perché fonti autorevoli (EFSA) ritengono sia ancora troppo presto per esprimere valutazioni attendibili, anche se, le stesse fonti, affermano che una potenziale preoccupazione riguarda gli agenti inquinanti che, anche in elevate concentrazioni, possono accumularsi sulle particelle, tra i quali i policlorofenoli (PCB), gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA) e il bisfenolo A (BPA). Più controversa è la questione delle nanoparticelle di sintesi che potrebbero penetrare nelle cellule umane.

    Ma, come sottolineato da EFSA, sono indispensabili ulteriori ricerche e una maggiore disponibilità di dati per trarne conclusioni certe. L’attenzione al problema, emersa recentemente con forza, è soprattutto dovuta alla richiesta formulata a EFSA dall’Istituto Federale Tedesco per la valutazione dei Rischi.

    Ciò ha generato, per l’argomento, l’interesse dei media i quali hanno condotto indagini giornalistiche, sia attraverso la carta stampata, sia mediante programmi televisivi, generando, da un lato, preoccupazione tra i consumatori e, dall’altro, attenzione da parte delle Amministrazioni Pubbliche e dei Governi.

    Pertanto, iniziative legislative, se non altro per arginare l’impatto ambientale, potrebbero essere attuate nel breve periodo e, nel caso ciò avvenisse, è bene che l’industria del packaging, in particolare, e quella alimentare, in generale, si trovino preparate ad affrontare positivamente il cambiamento che potrebbe derivarne. Perché, come ogni medaglia ha il suo rovescio, così ogni criticità ha le sue soluzioni, necessarie per superarle e, soprattutto, utili per generare opportunità di sviluppo, possibilmente sostenibile.

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