Inquinamento e catena alimentare

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Autumn field

Il 10 luglio 1976 è una data da non dimenticare. Poco più di 38 anni fa all’Icmesa di Seveso si verificò un incidente di gravi proporzioni, che ha fatto conoscere, non solo agli abitanti locali, ma a tutti gli italiani la terribile molecola della diossina. La devastazione fu immensa: decine di chilometri quadrati di territorio furono interessate dall’evento, 40mila persone esposte alla contaminazione. Circa 450 le persone (in gran parte bambini) colpite da cloracne, una terribile dermatite che, sia pure in misura minore, ricordò a molti le sofferenze delle vittime di agenti chimici utilizzati durante la guerra del Vietnam. Ma anche decine di migliaia di animali morti o uccisi e tonnellate di prodotti del settore agro-alimentare seccati dall’inquinamento o distrutti perché contaminati. Come sempre accade, in questi casi, il settore alimentare fu pesantemente toccato dal grave danno economico e dall’elevato rischio di possibili intossicazioni. Il richiamo all’evento non è casuale, ma è solo un mezzo per ripercorrere, almeno in parte, quanto è successo, e ancora sta succedendo, nel nostro Paese 38 anni dopo. A leggere le cronache dei mesi estivi appena trascorsi ci accorgiamo che, oltre a dover ancora scegliere tra lavoro e salute (l’ILVA di Taranto ne rappresenta un esempio molto emblematico), gli eventi del passato pare non abbiano insegnato molto sul fatto che la salute dei cittadini e il rispetto per l’ambiente vengono prima dell’economia e della produzione. Di quanto è successo in questi mesi mi limito a citare due aspetti che ben descrivono, e qui vorrei sottolinearlo con forza, non tutti noi o il nostro Paese, ma chi ci governa e che del Paese ha la responsabilità tutta, a 360 gradi come è d’uso dire oggi. Compresa quella etica, prima ancora di quella morale. Il primo aspetto è rappresentato dagli spot pubblicitari ripetutamente trasmessi dal servizio pubblico radio-televisivo sulla positività dell’appartenenza all’Europa. Probabilmente per convincere i cosiddetti “euroscettici” nostrani, ovviamente a spese dei contribuenti, sottraendo, in questo modo, risorse utili per iniziative più nobili, quali il lavoro, la sanità, l’istruzione, la ricerca e l’innovazione, solo per citarne alcune. Tra gli spot quello che colpisce in modo particolare è dedicato all’ambiente e ci ricorda che l’appartenenza all’Europa consente anche all’Italia di avere regole certe e misure di protezione del territorio all’avanguardia, esattamente come in tutti i Paesi dell’UE. Il secondo, invece, è costituito dal decreto legge 91 del 25 giugno scorso che consente una deroga, caso per caso, alla normativa comunitaria per gli scarichi a mare dei reflui delle aziende soggette all’autorizzazione integrata ambientale (nota come AIA). In altri termini, alle aziende e agli impianti di grandi dimensioni che per sostanze utilizzate e processi produttivi impiegati risultano particolarmente impattanti. Il tutto in barba alle normative Europee e all’uguaglianza delle regole certe su tutto il territorio comunitario. La deroga riguarda il parametro “solidi sospesi totali” che possono essere innocui, ma possono anche comprendere metalli pesanti e sostanze organiche che entrano facilmente nella catena alimentare e che determinano, quindi, l’inquinamento peggiore, con effetti a lungo termine. Ancora una volta, pertanto, è proprio il settore alimentare a doverne pagare le conseguenze maggiori, specie in termini di danni economici, oltre che di sicurezza del cibo. Inoltre, senza interventi di modifica del decreto 91 l’Italia è esposta all’ennesima procedura di infrazione da parte dell’Europa, con ulteriori spreco di risorse che andranno a sommarsi a quelle degli spot pubblicitari. Insomma, ancora una volta, oltre al danno dovremo subire anche la beffa.

Dante Marco De Faveri

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