Blockchain, vantaggi e limiti della sua applicazione

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Si sente spesso dire che la blockchain rivoluzionerà tracciabilità, sicurezza e garanzie di autenticità di alimenti e bevande. Tuttavia, esistono ancora molti interrogativi sulla sua applicabilità al settore alimentare

Paola Cane – Consulente in Diritto alimentare

Il Made in Italy, anche alimentare, è notoriamente colpito da frodi – e, in particolare, contraffazioni – che danneggiano non solo i consumatori, ma anche i produttori virtuosi nonché la competitività e il buon funzionamento del mercato globale. Il nostro Paese, da tempo impegnato a contrastarle, è tra i più attivi nel ricercare soluzioni capaci di tutelare il proprio patrimonio agroalimentare, sintesi della tipicità del territorio, della nostra eccellenza e della nostra identità.

In questo contesto, la capacità di documentare l’origine e la storia di un prodotto, non sono solo elementi connessi alla lotta alle frodi, ma consentono ai consumatori decisioni consapevoli di acquisto e contribuiscono alla giusta remunerazione dei prodotti di qualità. Quasi quotidianamente si sente dire che la blockchain rivoluzionerà tracciabilità, sicurezza e garanzie di autenticità dei prodotti alimentari, fornendo uno strumento dirompente per la soluzione delle molteplici problematiche del nostro settore.

Se una delle principali promesse della blockchain è quella di garantire a tutti i soggetti informazioni trasparenti e immutabili, non sorprende l’attenzione riservata negli ultimi tempi alle sue potenziali applicazioni anche a tutela del Made in Italy. Tuttavia, esistono ancora molti interrogativi sulla sua applicabilità al settore alimentare. Non si tratta solo di barriere tecnologiche, normative o organizzative che, l’esperienza insegna, sono capaci di evolvere, nel tempo, per stare al passo con il progresso. Ma si tratta di riuscire a capire, da un lato, come sia possibile adattare la blockchain alle complessità del settore alimentare e, dall’altro, chiedersi se sia davvero possibile incorporarla nelle relazioni di fiducia tra produttore e consumatore finale.

Come funziona la blockchain

Cos’è la blockchain

La blockchain è nata nel 2008, con la pubblicazione del paper “Bitcoin: A Peer-to-Peer Electronic Cash System”, firmato da Satoshi Nakamoto, pseudonimo di un autore la cui reale identità non è stata mai rivelata. Si tratta di un protocollo di comunicazione basato sulla logica del database distribuito, su cui sono memorizzate informazioni divulgate, tramite Internet, su migliaia di computer indipendenti tra di loro. L’idea di base è quella di “consentire a individui auto-sovrani di registrare i dati in un registro pubblicamente verificabile, senza dover passare da alcuna autorizzazione”, eliminando il bisogno di intermediari garanti (autorità, enti certificatori, marchi di tutela).

Forse la notizia sorprenderà, ma l’idea più sovversiva, controversa e dirompente alla base della blockchain è quella di creare un registro non soggetto al controllo di alcuna autorità, gestito collettivamente dagli utenti, che trovano un consenso comune sulla veridicità delle informazioni che si scambiano in merito alle transazioni di moneta virtuale, non disciplinate da alcuna normativa e sottratte al controllo del sistema bancario tradizionale.

Come funziona

La blockchain è, quindi, un registro digitale, un libro mastro che sfrutta Internet per distribuire informazioni a migliaia di computer, definiti “nodi”. Ogni informazione, trascritta su un blocco, diventa accessibile a tutti i nodi collegati. Pertanto, quando la transazione viene accettata dalla rete, il blocco si collega a quello precedente creando una catena di blocchi ordinati in modo cronologico.

A questo punto, siccome ogni nodo possiede una copia del libro mastro, le informazioni ivi contenute non possono più essere rimosse né modificate senza il consenso di ognuno dei computer collegati. Essenzialmente, quindi, la blockchain è una catena di informazioni firmate digitalmente, caratterizzata dall’essere anti-autoritaria e distribuita (non richiede l’intervento di alcuna autorità centrale), trasparente (accessibile a tutti gli utenti), sicura (perché crittografata), immutabile e basata sul consenso (ovvero modificabile solo grazie all’accordo dei partecipanti).

Possibili applicazioni

I sostenitori della blockchain rivendicano trasparenza, velocità, accessibilità e non falsificabilità come pietre miliari di questo nuovo strumento, enfatizzando che questo strumento dovrebbe rendere immutabili e pubblicamente disponibili informazioni relative a beni e servizi. In effetti, la blockchain, nata per essere applicata alle transizioni con valuta virtuale, sta trovando applicazioni in un’ampia gamma di aree finanziarie e non, tutte caratterizzate dalla necessità di un elevato livello di affidabilità.

Numerose banche ed istituzioni finanziarie stanno, infatti, cercando opportunità in questo settore, per integrare o modificare i propri tradizionali modelli di business. Ma non solo: alcune applicazioni sperimentali adottano la blockchain per offrire una prova dell’esistenza di documenti legali, registri sanitari, pagamenti dei diritti d’autore nell’industria musicale ​​e persino licenze di matrimonio. Interessante anche la sua applicazione nel mercato dell’arte, che è noto per essere un ambito ove autenticità e provenienza sono elementi tanto fondamentali quanto complessi da dimostrare.

La blockchain nella food supply chain.

Blockchain e tracciabilità alimentare

In ambito alimentare, si sente spesso dire, da un lato, che la blockchain garantirebbe maggiore sicurezza alimentare e, dall’altro, che potrebbe permettere a tutti gli operatori di verificare esattamente come, dove e da chi il prodotto che intendono acquistare è stato realizzato, ricevendo informazioni sull’origine e le caratteristiche degli alimenti e rendendo più complessa, se non impossibile, la commercializzazione di prodotti provenienti da una catena di approvvigionamento illegittima.

In merito al primo punto, tuttavia, è bene evidenziare che la blockchain non può sostituirsi ad una gestione efficace dei rischi legati alla mancanza di igiene e sicurezza degli alimenti né alle attività di controllo delle fasi di manipolazione, conservazione, trasporto e distribuzione. La sua utilità in tema di sicurezza alimentare è limitata al suo utilizzo come strumento capace di accelerare le procedure di tracciabilità e di garantire la rapidità e l’efficacia delle attività di richiamo. Nell’aprile 2018, negli Usa è insorto un grave caso di Escherichia coli, dovuto a lattuga romana contaminata, che ha coinvolto 36 Stati, portato a 5 decessi e un centinaio di ricoveri (2).

Solo due mesi dopo, il Centre of Desease Control and Prevention del Dipartimento della Salute statunitense ha comunicato la fine dell’allarme. La complessità delle operazioni di tracciabilità avevano allungato i tempi di gestione del richiamo: il Food Safety Modernization Act (Fsma) – il pacchetto di norme statunitense sulla sicurezza alimentare – impone, infatti, una tracciabilità “un passo avanti ed uno indietro”. Un sistema lento, basato sul concetto di “un passo alla volta” e affidato, soprattutto nel caso dei piccoli operatori, a registri cartacei. Al fine di sveltire i tempi di richiamo e identificare rapidamente la fonte di focolai, è possibile fare ricorso alla blockchain.

Se questa è in grado di accelerare la tracciabilità, non è detto che riesca a implementare igiene e sicurezza degli alimenti: nata per essere applicata a prodotti finanziari virtuali, in ambito alimentare trova il limite nel fatto stesso che il cibo è un bene concreto, fortemente deperibile, i cui elementi di igiene e sicurezza sono molteplici, poiché ad ogni passaggio la merce è esposta a più punti critici e, di conseguenza, a nuovi rischi. Pertanto, in ambito di igiene e sicurezza, se non adeguatamente supportata dal rispetto dei Piani Haccp, da attività di verifica, auditing e controlli, la blockchain apporta benefici limitati alle informazioni di tracciabilità e solo a condizione che tutti gli operatori trattanti aderiscano al sistema.

Blockchain e origine del prodotto

L’indicazione “Made in Italy” inizialmente utilizzata esclusivamente al fine di individuare l’origine geografica, grazie alla continua cura posta dai nostri operatori nella ricerca di elevati standard di qualità, ha assunto per i consumatori italiani ed esteri una valenza ulteriore rispetto a quella di mero indicatore di provenienza, testimoniando un altissimo livello di qualità e palatabilità e i valori tradizionalmente connessi alla produzione italiana.

La contraffazione e l’Italian sounding contribuiscono in misura tutt’altro che marginale a penalizzare il settore alimentare e richiedono strumenti sempre più efficaci a garantire l’origine dei prodotti, tra i quali un’infrastruttura di meta-dati trasparente, ritenuta affidabile da tutte le parti coinvolte. In questo contesto, la blockchain può fornire uno strumento utile per trasmettere informazioni relative all’origine del prodotto e delle materie prime, permettendo ai produttori che intraprenderanno questa strada di rendere trasparenti le informazioni di origine dei propri prodotti. Potrebbe inoltre permettere a clienti e consumatori di attuare forme di controllo poco onerose, veloci e flessibili, purché gli operatori del settore alimentare (Osa) siano disponibili a condividerle lungo la filiera, rinunciando alla riservatezza relativa, ad esempio, all’identità dei loro fornitori.

Tuttavia, occorre ricordare che il fatto che le informazioni immesse nella blockchain siano condivise e immutabili non implica alcuna garanzia che siano veritiere poiché la natura stessa della blockchain poggia sull’ autocertificazione.  È quindi indispensabile sottolineare che, per quanto possa essere innovativo ed efficace, questo strumento non è di per sé sufficiente a garantire l’effettiva origine dei prodotti che ne sono oggetto, né va inteso come mezzo atto a sostituire i tradizionali controlli e le attività svolte da enti terzi. Concludendo, la convinzione che la blockchain possa essere una “macchina della verità” è senza dubbio seducente, ma forse estrema poiché registra informazioni crittografate e inalterabili, ma non può garantire che le stesse corrispondano al vero.

Non dimentichiamo, infatti, che la natura della blockchain è quella di essere autocertificata e di non contemplare una gestione centralizzata o la presenza di un ente di controllo. Forse un registro pubblico consultabile da tutti potrebbe contribuire a ricostruire il rapporto fiduciario tra produttori e consumatori, ma non senza integrarsi completamente con l’inquadramento normativo del settore agroalimentare e con l’intervento degli enti certificatori e di controllo.

Ma associare la presenza di enti di controllo alla blockchain sarebbe snaturare la sua principale caratteristica di modello decentralizzato, che fonda la propria affidabilità sul consenso diffuso. Se trasformassimo la blockchain in un registro digitale certificato per il controllo rapido di informazioni sugli alimenti, sarebbe più “blockchain” e, perdendo il suo nome, verrebbe meno anche tutto l’appeal ad esso legato e forse la sua forza commerciale.

Riferimenti

  1. Michael Casey, Paul Vigna (2018). La macchina della verità: la blockchain e il futuro di ogni cosa. Franco Angeli Editore.
  2. Per maggiori informazioni, vai all’indirizzo https://www.cdc.gov/ecoli/2018/o157h7-04-18/index.html

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