Produzione alimentare: il costo delle materie prime, quali prospettive?

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L’aumento dei costi delle materie prime ha caratterizzato la produzione alimentare in questo primo semestre 2021 e rischia di compromettere o ritardare la ripresa.

Paola Cane

Oggi, a più di un anno dall’inizio della pandemia e mentre il progredire del piano vaccinale fa sperare in un futuro privo di nuovi lockdown e misure restrittive, l’industria alimentare si trova a vivere un periodo di straordinaria tensione definito da molti la “tempesta perfetta”.

L’aumento dei costi delle materie prime sembra essere oggi la principale fonte di preoccupazione tra i produttori del settore agroalimentare, che rischiano un drastico declino dei margini, una maggior incertezza negli approvvigionamenti e la perdita, in molti casi, del vantaggio competitivo faticosamente conseguito in decenni di lavoro e sacrifici.

Una situazione che rischia, oltretutto, di provocare un effetto cascata e di tradursi in aumento dei prezzi al consumo. Da mesi, infatti, siamo testimoni di una nuova ondata di prezzi delle materie prime alimentari in aumento, che non sembra decelerare.

L’indice dei prezzi alimentari

L’indice dei prezzi alimentari della FAO, pubblicato nel mese di maggio, che tiene traccia delle variazioni mensili dei prezzi internazionali delle materie prime alimentari comunemente scambiate, ha registrato una media di 120,9 punti ad aprile, l’1,7% in più rispetto al mese di marzo e il 30,8% in più rispetto allo stesso mese dell’anno scorso, raggiungendo un nuovo record storico, che ha un solo precedente nel 2011.

Aumento guidato da altrettante impennate nei vari sottoindici: ad esempio, l’indice dei prezzi dei prodotti lattiero-caseari della FAO ha registrato una media di 118,9 punti ad aprile, in aumento di 1,4 punti (1,2%) da marzo, crescendo per l’undicesimo mese consecutivo e alzando l’indice del 24,1% al di sopra del suo valore di un anno fa.

L’indice dei prezzi dello zucchero è aumentato del 3,9% durante il mese di aprile 2021 per raggiungere livelli superiori quasi del 60% rispetto all’anno scorso, anche a causa delle preoccupazioni legate al procedere lento del raccolto in Brasile che hanno accresciuto l’aspettativa di forniture globali limitate. Anche nel settore delle bevande, questa volta l’indice dei prezzi della Banca mondiale, segna prezzi in aumento del 6% in più rispetto a un anno fa: i movimenti dell’indice riflettono un rafforzamento del prezzo del caffè Arabica passato da 2.880 $/t del marzo 2019 a 3.320 $/t nel marzo 2020 fino a 3.680 $/t a marzo 2021.

Le previsioni sul fronte della produzione sono tuttavia confortanti poiché, nonostante il tempo avverso in Brasile che in ogni caso crea non poche incertezze, secondo le stime è probabile che la produzione globale di caffè per la campagna in corso aumenti del 6%, il che compenserebbe ampiamente l’aumento della domanda (stimato 1,3%), causando addirittura un surplus produttivo di quasi 9 milioni di sacchi.

Certo, tra le tante motivazioni che concorrono all’aumento dei prezzi, anche l’andamento dei raccolti, il clima, la diminuzione delle precipitazioni e le mutate intenzioni di semina per la campagna in corso: tuttavia, tale chiave di lettura, da sola non basta: alcune produzioni agricole, ad esempio alcune produzioni cerealicole, hanno, di fatto, raggiunto livelli record nel corso del 2020, ma ciò nonostante i prezzi sono aumentati prevalentemente per un incremento della domanda globale, che in alcuni casi ha ridotto le scorte ai minimi storici.

I prezzi del mais sono aumentati del 5,7%, raggiungendo un livello superiore del 66,7% rispetto all’anno scorso. L’indice dei prezzi degli olii vegetali, poi, è un caso a parte perché i suoi livelli record non sono solo legati ai possibili rallentamenti nella fase di produzione nei principali paesi di origine, ma sono strettamente legati anche alle oscillazioni dei prezzi del petrolio.

La tendenza rialzista dei prezzi delle materie prime che sta affliggendo l’industria alimentare non coinvolge sole materie prime alimentari, a partire dai mangimi riservati alla zootecnia, ma anche i materiali destinati all’imballo degli alimenti: si tratta di un problema globale e trasversale a molti settori, che non risparmia quasi nessuna commodity e fa registrare un forte aumento della domanda e dei prezzi.

Fragilità sistemica

Tra tutti plastica e banda stagnata, che stanno facendo lievitare i costi dei materiali destinati al contatto con gli alimenti e che in alcuni casi hanno visto aumenti anche a tripla cifra, accompagnati da forniture negate, rotture di stock, e una generale irreperibilità di determinati materiali di confezionamento. La fase rialzista, infatti, non ha risparmiato le materie prime siderurgiche, sia sul fronte della materia prima sia su quello dei semilavorati, per effetto della domanda infrastrutturale cinese.

Se a questo aggiungiamo la proposta di legge sulle infrastrutture negli Stati Uniti e la transizione energetica globale verso la decarbonizzazione, le previsioni potrebbero essere di ulteriori pressioni al rialzo. I prezzi del rame, dello stagno e del minerale di ferro a marzo hanno raggiunto i massimi dell’ultimo decennio. Con il ferro balzato di oltre il 70% nel 2020 e il rottame aumentato del 68% rispetto ai minimi di marzo dell’anno scorso, sono stati registrati anche importanti effetti rialzisti sui laminati e sulla banda stagnata, necessari per la produzione di numerose tipologie di packaging alimentare, basti pensare alle lattine e alle scatolette.

L’aumento dei prezzi delle materie prime non lascia indenni neanche le quasi 50.000 piccole e medie imprese europee di trasformazione della plastica, che devono far fronte alla carenza di materie prime e a significativi aumenti dei prezzi e scarsissimo potere contrattuale nei confronti dei produttori multinazionali di polimeri. Infatti, l’aumento del prezzo del Brent, che nello scorso aprile ha raggiunto un +148%, ha guidato il rialzo dei prezzi delle materie plastiche: con i polimeri di riferimento per la produzione dei materiali a contatto degli alimenti schizzati oltre il 50% in media e con aziende del settore che segnalano continue difficoltà nel reperire le materie prime necessarie per mantenere in funzione la loro produzione e livelli di scorte accettabili.

Il fenomeno, in sintesi, è più̀ vigoroso di quanto fosse ragionevole prevedere ed è determinato da una concomitanza di fattori, non soltanto legati all’effetto domino che la pandemia ha esercitato a tutti i livelli della filiera, ma a quella che oggi è un’evidente fragilità sistemica caratterizzata da molteplici elementi di instabilità che vanno dalla peste suina africana, alla diminuzione delle precipitazioni, alla Brexit, alla volatilità del prezzo del petrolio, fino alla minaccia di focolai di influenza aviaria.

Da principio, la prima causa di aumento dei prezzi delle materie prime a livello mondiale è stata legata agli ordinativi da parte della Repubblica Popolare Cinese, che avendo accelerato la ripresa post pandemica rispetto a tutte le altre regioni, ha causato un’impennata della domanda di commodity seguita da meccanismi speculativi gestiti dalla finanza internazionale. In Europa, tra i principali elementi da considerare, anche le misure di sostegno dei prezzi intraprese della Commissione europea con le politiche di aiuti all’ammasso privato che hanno causato in determinati settori (ad esempio nel lattiero caseario e nelle carni bovine) una temporanea ma drastica diminuzione dell’offerta, con l’obiettivo di mantenere l’equilibrio dei prezzi a lungo termine.

Gestione degli stock

L’aumento del prezzo delle commodity è inoltre influenzato dalla situazione generale del commercio internazionale di merci, che nell’ultimo anno ha subito notevoli rallentamenti, controlli alle frontiere aggiuntivi, mancanza di container e controlli sanitari rafforzati, eventi ai quali si sono affiancate le misure intraprese da numerosi paesi che hanno imposto restrizioni all’esportazione per tutelare il mercato domestico.

La comprensione del quadro complessivo è necessaria per pianificare alcune delle azioni utili ad affrontare la situazione, nell’attesa di una nuova stabilizzazione dei prezzi. Le azioni attuabili per corregge o limitare le conseguenze dell’aumento dei prezzi, classicamente, posso essere: una migliore previsione delle quantità e una gestione più efficiente degli stock (si ricorda, ad esempio, che a patire maggiormente le conseguenze di questo aumento di prezzi sono le aziende che lavorano just in time e che, per loro natura, sono caratterizzate da una gestione minima delle scorte), il ricorso a contratti di fornitura più blindati e dettagliati, ma anche l’attuazione di politiche aziendali orientate ad obiettivi di cost saving, che possono arrivare a comprendere anche l’attuazione di programmi per la minimizzazione degli scarti di produzione, con l’intento di generare notevoli risparmi sui costi industriali.

Sappiamo bene, tuttavia, che non sempre le misure per affrontare l’aumento dei prezzi e la scarsità delle risorse sono facilmente attuabili e spesso tra il dire e il fare corre un abisso. Quanto alla selezione di fornitori alternativi ad esempio, sappiamo quanto le procedure che precedono e consentono l’approvvigionamento di materie prime, in primis quelle di selezione e qualifica dei fornitori, non solo richiedano tempo, ma rappresentino un capitolo molto delicato per ogni industria alimentare di trasformazione.

Da non trascurare anche che l’improvvisa crescita del mercato, la carenza di materie disponibili da parte da parte dei fornitori consolidati, sono fattori che contribuiscono in linea generale a minacciare l’integrità della catena di approvvigionamento, aumentando la vulnerabilità alle frodi nelle forniture.

Quanto al ricorso a contratti di fornitura più blindati e dettagliati, la rinegoziazione dei contratti di fornitura, che imponga – ad esempio – clausole di adeguamento automatico dei prezzi derivanti da variazioni nel prezzo delle materie prime impiegate per la fabbricazione dei prodotti non sempre è possibile perché il potere contrattuale delle industrie agroalimentari è ancora debole, se paragonato a quello dei grandi distributori. Inoltre, molto spesso, si tratta di una formula poco efficiente, basata su indici statistici macroeconomici, che spesso sono inidonei a rappresentare le peculiarità di un settore o di uno specifico segmento, finendo per non essere calzanti.

From Farm To Fork

Anche le azioni di riduzione degli scarti e dei sottoprodotti della lavorazione non è un’azione immediata, per quanto nel medio e lungo periodo possa contribuire a generare notevoli risparmi sui costi industriali, ma richiedono molto spesso investimenti in tecnologie non sempre di rapida attuazione e non necessariamente alla portata di tutti. Inoltre, nella pratica, le misure correttive non sono applicabili a tutte le realtà produttive e a tutti i settori, né è immaginabile che le aziende possano alla lunga affrontare la situazione senza il sostegno di adeguate politiche su larga scala, soprattutto alla luce del fatto che secondo gli analisti il trend rialzista perdurerà nel corso di tutto il 2021, pur con rallentamenti in funzione delle modalità di ripresa.

Ma soprattutto, le aziende del settore alimentare dovranno impegnarsi per evitare che le misure di contenimento all’aumento dei costi delle materie prime compromettano la qualità dei prodotti. Garantire alimenti sicuri, che soddisfino le disposizioni della legislazione alimentare inerenti tutte le fasi della produzione, della trasformazione e della distribuzione e mantenere elevati standard qualitativi non può passare in secondo piano.

C’è ancora molta incertezza su quanto durerà questo trend rialzista: secondo le stime della World Bank i prezzi agricoli, che dovrebbero aumentare di quasi il 14% nel 2021, dovrebbero stabilizzarsi nel 2022. Ma tali previsioni sono già frutto di una drastica revisione rispetto a quelle dell’ottobre scorso e fanno pensare che la durata complessiva della tendenza rialzista sia sostanzialmente imprevedibile, poiché legata ad una serie innumerevole di fattori.

Da ultimo, va segnalato che a inizio marzo l’FDA ha presentato uno studio di valutazione dell’impatto delle politiche From Farm To Fork in Europa, secondo il quale l’attuazione delle strategie di riduzione degli input potrebbe causare un ulteriore aumento dei prezzi dei prodotti agroalimentari poiché la produzione agricola dell’UE diminuirebbe del 12%, traducendosi in una diminuzione della produzione mondiale dell’1% e causando pertanto probabili effetti sui prezzi delle commodities alimentari percepibili su scala mondiale. Il tema merita, quindi, una solida riflessione e un’attenzione aziendale tuta tesa a porre in essere accurate strategie di medio e lungo periodo.

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